Yara Gambirasio: nel 2021 il caso si riaprirà? Tutto quello che c’è da sapere su Massimo Bossetti

Gennaio 2021. Sono passati quasi dieci anni dal ritrovamento del cadavere di Yara Gambirasio, abbandonato in un campo di Chignolo d’Isola, in provincia di Bergamo.

Il caso è chiuso definitivamente da più di due anni, con il verdetto di conferma della colpevolezza di Massimo Bossetti emesso nell’ottobre del 2018 dalla Cassazione.

Bossetti è l’assassino di Yara Gambirasio secondo tre gradi di giudizio, e ora sta scontando l’ergastolo nel carcere di Bollate, lo stesso di Alberto Stasi e di Rosa Bazzi.

Allora perché stiamo per parlare di nuovo di Yara Gambirasio?

Perché il caso in realtà non è chiuso. Non lo è per l’opinione pubblica per lo meno, perché c’è ancora una fetta rilevante di italiani che pensa che Bossetti non sia il colpevole.

Ma da qualche giorno si sa che il caso potrebbe riaprirsi anche per la giustizia stessa. Infatti è giunta una notizia come una bomba: la Corte di Cassazione ha accolto le richieste della difesa di Bossetti, che ha chiesto fin dal primo giorno di ripetere il test sul DNA trovato sui resti della vittima.

La superperizia è sempre stata negata, ma adesso i giudici della Cassazione hanno annullato, con rinvio, i provvedimenti con cui la Corte d’Assise di Bergamo aveva dichiarato inammissibile l’istanza dei legali di accedere ai reperti dell’omicidio.

Adesso altri giudici – dello stesso tribunale di Bergamo – dovranno pronunciarsi su quell’istanza. Concederanno la ripetizione dei test, la cosìddetta superperizia, oppure no?

Questo non lo sappiamo, ma è arrivato il momento di fare un grande e puntuale riepilogo di quello che è successo in uno dei casi più oscuri, intricati e seguiti della storia italiana. Il caso di Yara Gambirasio e di Massimo Bossetti.

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La storia di Yara Gambirasio

Yara è una tredicenne come tante altre.  Una ragazzina che vive con la sua famiglia a Brembate di Sopra, un paese di 7.000 abitanti in provincia di Bergamo. Un posto tranquillo, in una zona residenziale della provincia.

Ha una sorella più grande e due fratelli più piccoli. È  una di quelle tredicenni che si dedicano esclusivamente allo studio e all’attività sportiva, due cose che le assorbono la maggior parte del tempo: è infatti alla ginnastica ritmica che Yara dedica i suoi pomeriggi.

Insomma, a giudicare dalle ricostruzioni e dalle testimonianze stiamo parlando di una figlia perfetta, senza segreti, e assolutamente affidabile. Non ha frequentazioni a rischio o problematiche, questo si può dire con certezza.

La vita di Yara e quella della famiglia Gambirasio procede tranquilla nella provincia di Bergamo, fino a quel giorno di fine novembre del 2010.

Brembate di Sopra, venerdì 26 novembre 2010.

Il venerdì solitamente Yara non esce di casa, è il lunedì e il mercoledì che va sempre al Centro Sportivo per allenarsi. Ma venerdì 26 novembre non è un venerdì qualunque, infatti la domenica successiva, il 28, ci sarebbe dovuto essere una saggio del suo corso di ginnastica ritmica, al quale naturalmente doveva partecipare anche Yara.

Per l’esibizione e per gli allenamenti serviva uno stereo, così la famiglia Gambirasio decide di mettere a disposizione il suo, dandolo in prestito alla palestra.

È venerdì, e a qualcuno della famiglia tocca di portacelo questo stereo al Centro. Inizialmente di quel compito era incaricata la sorella di Yara, Keba, più grande di lei.

Doveva essere lei quel giorno a uscire di casa, andare a piedi fino alla palestra, portare lo stereo e tornare a casa, non Yara. Yara secondo i piani sarebbe dovuta rimanere in casa tutto il giorno.

Ci fu però una discussione familiare, tra le figlie e la madre, per cui alla fine la madre decise di mandare Yara al posto della sorella. Fu una decisione dell’ultimo minuto, questo è importante da specificare perché significa che l’uscita di Yara da casa fu imprevista. Non era programmata. Non poteva esserci quindi qualcuno ad attenderla.

E così, dopo aver fatto i compiti, Yara uscì di casa. Era poco prima delle 17.30.

La distanza che deve percorrere a piedi è di poche centinaia di metri, un tragitto che la ragazzina è abituata a percorrere a piedi, sia all’andata che al ritorno.

Stiamo parlando di una zona residenziale di un paese in provincia di Bergamo, un luogo assolutamente sicuro dove nessuno può immaginarsi che possa accadere qualcosa di terribile. In un posto come quello sarebbe una notizia degna di nota anche sapere che una banda di ragazzini in bicicletta lancia bombe d’acqua ai piedi dei passanti.

Normalmente in questi posti c’è solo una cosa che uccide: la noia. L’inedia.

Ve lo posso dire con certezza perché io ci sono cresciuto in un posto così, proprio in provincia di Bergamo.

Alle 17.30 Yara arriva all’impianto sportivo, con in mano il suo stereo. Potrebbe lasciarlo lì e tornarsene subito a casa, oggi non deve partecipare alla lezione, ma decide (e su questo è già d’accordo con la mamma) di rimanere un’oretta a guardare le altre che si allenano.

Alla mamma ha assicurato di tornare a casa per le 18.45 e infatti, come c’era da aspettarsi vista la sua nota puntualità, sappiamo che è uscita dalla palestra proprio alle 18.40.

Questo è noto perché è esattamente a quell’ora che la incrocia al portone d’uscita della palestra il genitore di un’altra bambina che è venuto a riprendere la figlia, il quale la riconosce, la saluta anche, ed è sicuro dell’orario perché lo aveva appena controllato dall’orologio della macchina.

Cinque minuti, o poco più, e in teoria Yara dovrebbe essere a casa, puntuale sull’orario che aveva concordato con la madre prima di uscire.

Ma quei cinque minuti passeranno senza che a casa ci arrivi. Poi quei 5 minuti diventeranno prima ore, poi giorni e infine mesi. Perché Yara a casa non ci arriverà mai. Nei 700 metri che la separano dalla sua famiglia Yara viene inghiottita come in un pozzo nero, da cui una volta entrati è impossibile uscire.

La madre è a casa, aspetta il rientro della figlia. Prima si fanno le 18.45 e poi le 19. Maura, così si chiama, sa che la figlia non è mai stata in ritardo, e quindi si mette subito in allarme.

Alle 19 la prova a chiamare al telefono, sente quattro squilli e poi interviene la segreteria telefonica. Così chiama in palestra, ma le insegnanti di ginnastica le riferiscono che la figlia è uscita di lì mezzora prima, alle 18.30.

Lascia passare ancora un po’ di tempo, forse immaginando che la figlia si sia fermata a parlare con le amiche. Passano altri minuti e alle 19.44, dopo aver avvertito il marito Fulvio, Maura Gambirasio decide di andare a controllare di persona in palestra.

Probabilmente immagina di vedersela sbucare da un momento all’altro, magari dietro una porta o nel parcheggio, ma Yara non c’è. Di lei non c’è nessuna traccia al centro sportivo. Anche il custode dell’impianto riferisce che non era lì durante l’ora precedente, e quindi non ha visto niente. I turni dei corsi che Yara si era fermata a guardare sono ormai finiti, e al loro posto ne sono iniziati altri.

Yara non c’è. Dov’è finita?

La madre ripercorre a ritroso tutta la strada che avrebbe dovuto fare per tornare a casa. Di lei non c’è traccia. Quando arriva di nuovo a casa sono le 20.

Il marito, che doveva essere a cena con dei colleghi di lavoro, rientra a casa tre minuti dopo la moglie, alle 20.03.

Che possono fare? La figlia è scomparsa.

Prendono la macchina e vanno a Ponte San Pietro, alla stazione dei Carabinieri.

Arrivano che sono le 20.30, il tempo di spiegare ai Carabinieri quello che sta succedendo che da loro ricevono subito una risposta che dovrebbe tranquillizzarli.

I Carabinieri ne vedono tante di situazioni come questa: gli adolescenti spesso spariscono, fanno perdere le loro tracce per qualche ora o qualche giorno. È la ribellione dell’età, che si conclude quasi sempre senza conseguenze.

I militari comunque nonostante le rassicurazioni doverose fornite ai genitori non se ne stanno con le mani in mano e attivano subito, tramite il Nucleo investigativo, un apparato di localizzazione che si chiama “sistema Carro” e che tenta di localizzare il cellulare di Yara. 

Non è molto affidabile, per questo oggi non si usa più, e infatti gli dice che Yara si trova in una zona tra Novara e Monza. Oltre a essere sbagliata, ma questo lo possiamo sapere solo retrospettivamente, quella zona è eccessivamente ampia per poter essere utile alle ricerche.

A mezzanotte e 42 ottengono una risposta più precisa dalla Vodafone, l’operatore del telefono di Yara, che risponde con tutte le informazioni che ha a disposizione. Peccato che neanche queste siano molto utili: il cellulare è spento e l’ultimo dato di connessione risale alle 18.55, quando il cellulare aggancia la cella di Brembate di Sopra.

Ma alle 19 la mamma non aveva sentito il telefono squillare, prima che intervenisse la segreteria telefonica? In effetti sì, la chiamata è anche registrata sui tabulati della Vodafone, quindi c’è stata. Ma per qualche motivo non sono in grado di risalire a quale cella era agganciato il telefono in quel momento, quindi non si può sapere dove si trovasse  in quell’istante.

Sia come sia, la notte passa senza che i Carabinieri o i genitori riescano a ottenere informazioni sulla sua misteriosa scomparsa. La ragazza sembra essersi dissolta senza lasciare tracce.

Yara è scomparsa. Anche il giorno dopo i genitori e i fratelli si svegliano e si rendono conto che non era tutto un sogno. Non c’è veramente. Potete immaginare l’ansia e lo strazio, potete immaginare il senso di impotenza che chiunque di noi ha di fronte a qualsiasi avvenimento tragico, ma che sembra non interessare granché al mondo: il sole sorge lo stesso, percorre tutto l’arco di cielo prima di scomparire all’orizzonte. Il vento soffia e la pioggia cade come prima della disgrazia.

La natura ti guarda e ti dice chiaramente che non gliene frega niente di quello che ti è accaduto. La chimica e la fisica non modificheranno le loro leggi solo perché ti è successo qualcosa. Il tempo non si fermerà né tornerà indietro.

Mentre l’indifferenza del cosmo continua a non curarsi dei Signori Gambirasio passano tutte le ventiquattro ore del 27 novembre, e poi quelle del giorno dopo e di quello dopo ancora. I giorni diventano settimane e le settimane diventano mesi.

Di Yara non si sa più nulla. Sparita senza lasciare traccia.

L’ottimismo delle prime ore dei Carabinieri viene quasi subito rimpiazzato da tempo dalla consapevolezza di trovarsi di fronte a qualcosa di molto serio e grave. Più il tempo passa, più gli inquirenti sanno che le probabilità di trovare un soggetto scomparso vivo si riducono.

La sera stessa della scomparsa i Carabinieri di Ponte San Pietro avevano allerato la Procura di Bergamo. In quel momento il PM di turno era la Dott.ssa Letizia Ruggeri, che quella sera stava sostituendo un collega. È lei a prendere in carico le indagini.

Gli inquirenti non hanno una pista. Sì, ci sono delle testimonianze che lì per lì nei primi giorni vengono giudicate fondate, ma poi si scopre che sono il frutto della fantasia di mitomani. O comunque di persone che per un motivo o per l’altro riferiscono fatti che non corrispondono al vero.

Per le ricerche si mobilitano le squadre più competenti che abbiamo in Italia, e non solo in Italia. Arrivano dalla Svizzera i cani molecolari, già tre giorni dopo la scomparsa di Yara, animali addestrati per seguire le tracce delle persone scomparse.

Tre cani fanno lo stesso identico percorso: escono dal centro sportivo da un ingresso secondario, riservato al personale, e poi si incamminano lungo via Caduti dell’Areonautica, la via opposta a quella che avrebbe dovuto percorrere Yara, e poi fanno quasi due chilometri anche abbastanza tortuosi, passano addirittura nelle vicinanze del fiume Brembo per poi arrivare in un punto preciso: il cantiere di un centro commerciale in costruzione, “Il Continente”, a Mapello.

Si parte quindi da quella pista, l’unica disponibile. Gli inquirenti interrogano e sentono tutti quelli che sono coinvolti nei lavori del cantiere, se Yara è davvero passata di lì potrebbe essere che sappiano o abbiano visto qualcosa.

Il 3 dicembre è il turno di un certo Mohamed Fikri, un ventitreenne marocchino che fa il piastrellista al cantiere di Mapello. Non ha niente da dire ai Carabinieri che lo interrogano, riferisce solo che il giorno successivo si sarebbe imbarcato a Genova per fare ritorno dai suoi familiari in Marocco.

Ma il giorno successivo arriva in Procura una notizia-bomba: salta fuori dalle intercettazioni telefoniche una frase che Fikri avrebbe pronunciato durante una chiamata, o meglio, mentre il telefono della persona che stava chiamando stava ancora squillando. Tecnicamente si chiama sottofondo. Fikri avrebbe detto in quel frangente, in arabo, «Allah mi perdoni, non l’ho uccisa io».

La frase è stata intercettata dagli inquirenti e tradotta dagli interpreti della Procura. Non c’è tempo da perdere, Fikri è in partenza verso il Marocco, bisogna acciuffarlo prima che espatri.

Così parte la corsa contro il tempo per fermare la fuga del marocchino all’estero, ma la nave è già salpata.

Partono immediatamente due motovedette della Guardia Costiera, una da Imperia e una da Sanremo, e riescono a raggiungere la nave su cui si trova Fikri quando questa è già al largo, in acque internazionali, a 24 miglia dalla costa italiana.

Le motovedette la affiancano e il comandante di una delle due imbarcazioni della Guardia Costiera sale a bordo della nave, convince il comandante a invertire la rotta e a tornare indietro, e così conducono di nuovo la nave in Italia.

Arrivati a cinque miglia dalla costa, in acque territoriali, Fikri viene fatto salire su una motovedetta, e arrestato.

L’uomo si confessa innocente fin dal primo minuto, ma per la stampa il caso è chiuso, naturalmente. Ovviamente anche gli inquirenti pensano di essere vicini alla soluzione delle indagini, ma così non è.

È solo il primo di una serie di colpi di scena che faranno sembrare il mistero di Yara a un passo dalla soluzione, prima di vederlo infittirsi ancor di più.

Infatti altri periti che analizzano le intercettazioni si accorgono di un errore di traduzione: Fikri in realtà ha detto «Allah ti prego, fa che risponda», non «Allah mi perdoni, non l’ho uccisa io».

Nonostante questo ci vorranno più di due anni prima che la posizione dell’uomo venga formalmente archiviata, cosa che avverrà solo nel febbraio del 2013.

Per gli investigatori significa ricominciare tutto da capo, credevano di essere arrivati a un passo dalle risposte ma in realtà non era così.

Ormai è passata più di una settimana dalla scomparsa della ragazza e non si sa ancora che fine abbia fatto, ma soprattutto non ci sono più piste credibili da seguire.

Le ricerche procedono a tappeto, vengono mobilitate squadre di volontari e di professionisti, decollano gli elicotteri dal campo di volo di Valbrembo per setacciare tutta la bergamasca. Si seguono tutte le piste, anche le più improbabili, anche quelle che nascono dalle segnalazioni anonime più strampalate.

Mentre gli inquirenti cercano Yara, le teorie dei criminologi in televisione si rincorrono senza sosta: «è stata una’aggressione premeditata volta ad ottenere la disponibilità di Yara» / «siamo di fronte a un predatore sessuale intorno ai 30 anni, che si muove bene perché della zona» / «è un insospettabile con figli della stessa età della vittima».

Sarà, ma il fatto è che Yara non si trova, né viva né morta, e ormai le speranze di ritrovarla viva sono ridotte all’osso.

La svolta arriva un sabato, di nuovo il 26, questa volta del febbraio 2011. E avviene, come spesso accade, per puro caso.

Ritrovamento del cadavere

Chignolo d’Isola, 26 febbraio 2011.

Un signore di 48 anni, Ilario Scotti si chiama, è un impiegato con la passione per l’aeromodellismo. Quel pomeriggio, sono circa le 15, esce di casa con un aeromodello in polistirolo per farlo volare in un campo a Chignolo d’Isola, in una zona industriale dove ci sono diverse aziende e una discoteca.

Non è la prima volta che va a volare su quel campo, ma quel giorno l’aeromodello ha un malfunzionamento e precipita. Scotti allora si addentra nelle sterpaglie in cerca dell’aeroplano da recuperare, ma mentre lo cerca nota qualcosa che attira la sua attenzione.

Non capisce bene di cosa si tratta, sembrano stracci, ma per qualche motivo lo disturbano, così si avvicina, e quando si trova a circa un metro di distanza rimane pietrificato. Si rende conto di quello che ha di fronte: un cadavere.

Da lì non si riesce più a muovere. Si blocca, chiama subito il 113, e la polizia gli dice di non spostarsi da lì.

Mentre attende l’arrivo delle volanti, nei quindici minuti che ci impiegheranno per arrivare, Scotti si accorge di un uomo calvo che lo osserva dalla strada. Il tizio non lo perde d’occhio, sale in piedi su un panettone di cemento, e se la squaglia solo quando da lontano si sentono giungere le sirene delle auto della polizia. Chi sia quell’uomo e se ha un legame con quanto Scotti ha scoperto, non si saprà mai.

I poliziotti arrivano, isolano la zona e la notizia del ritrovamento si inizia a diffondere. Un allora sconosciuto Massimo Bossetti, che in quel momento si trova in giro per negozi con la moglie, apprende del ritrovamento di Yara dalle chiacchiere degli altri clienti. Si trova in zona, del resto vive lì, e la moglie lo spinge ad andare a cercare il luogo della scoperta. Così si mettono in cammino, sulle tracce del luogo del ritrovamento, ma poi rinunciano perché si perdono per strada e non lo trovano.

Nel frattempo gli inquirenti iniziano ad analizzare quello che si trovano davanti.

Il cadavere è sdraiato sulla schiena, con le gambe distese e divaricate e le braccia allungate sopra la testa. Ovviamente è irriconoscibile, è in avanzato stato di decomposizione e parzialmente mummificato, ma gli inquirenti sospettano che potrebbe trattarsi proprio di Yara Gambirasio. La conferma arriva nel giro di breve: è vestita come era vestita Yara quando è scomparsa; è lei.

A 100m dal ritrovamento viene anche repertato un asciugamano sporco di sangue, con il dna di un uomo e una donna, rimasti ignoti.

Il corpo si trova nel campo in un punto difficile da individuare dalle strade che lo costeggiano, perché passano a centoquindici e ottantanove metri di distanza. C’è da dire che il campo era stato già perlustrato, e che gli elicotteristi sostengono con forza che se il corpo si fosse trovato già lì quando lo avevano sorvolato, tempo prima, se ne sarebbero accorti.

Di più, sostengono di essere atterrati proprio a poche decine di metri dal punto in cui si trovava Yara, perché avevano notato qualcosa che li insospettiva. Alla fine era solo un sacco della spazzatura, ma loro sono convinti che il corpo sia stato portato lì dopo il loro passaggio, perché altrimenti lo avrebbero notato esattamente come hanno notato un sacco dell’immondizia.

Tra l’altro quella zona è già stata il palcoscenico macabro di un altro omicidio. Il caso ha voluto che proprio il 16 gennaio precedente, a poche centinaia di metri dal punto in cui giaceva il corpo di Yara, sia stato ritrovato un altro cadavere, quello di un giovane dominicano ucciso dopo una lite in discoteca. In effetti c’è una discoteca in mezzo alle aziende che confinano con il campo, proprio a poche decine di metri dal punto in cui è riverso il cadavere di Yara. Però non risulta esserci alcun collegamento tra i due eventi.

Il corpo di Yara viene prelevato nella serata del 26 febbraio, caricato su un mezzo delle onoranze funebri e inviato al laboratorio forense della Statale di Milano, dove lo aspetta l’occhio attento della Dott.ssa Cristina Cattaneo, la nota anatomopatologa incaricata dalla Procura di effettuare l’autopsia.

La Dott.ssa Cattaneo lavora senza sosta e dopo giorni di fatica è pronta con una relazione da presentare alla Procura di Bergamo.

Le conclusioni della perizia sono:

1- Yara è morta il giorno della sua scomparsa ed è morta in quel campo. Non è stata spostata, a meno di ipotizzare che l’azione si sia svolta in un campo identico per caratteristiche geologiche, entomologiche e botaniche. Gli elicotteristi e i ricercatori quindi semplicemente non hanno visto il cadavere della ragazza.

2- Yara non ha subito violenza carnale, né apparentemente ci sono segni di tentativi di stupro.

3- Il corpo presenta tre ferite alla testa (una allo zigomo, una alla mandibola e una, la più estesa, alla nuca), probabilmente provocate da un corpo contundente, sette ferite da arma da taglio e una da punta taglio. Ma nessuna delle ferite era idonea di per se stessa a provocare la morte. Fu la permanenza alle basse temperature della notte del 26 novembre a provocare l’ipotermia che ha condotto alla morte. Le ferite hanno contribuito a indebolirla facendola sanguinare, forse le botte in testa l’hanno resa incosciente, ma nessuna di queste cose è stata causa diretta della morte.

4-  Yara non si è difesa, non presenta le ferite caratteristiche di una persona che si difende dai fendenti di un aggressore, questo rinforza la convinzione che probabilmente Yara era incosciente a causa delle ferite riportate alla testa.

Ci sono altri dettagli importanti che emergono dal lavoro della Cattaneo:

– Alcuni tagli sono presenti sul corpo ma non sugli indumenti, evidenza da cui si può dedurre che le siano stati inferti mentre non era vestita, o mentre aveva gli indumenti sollevati. Sembra che i tagli siano stati tracciati da una mano indecisa, che ha agito con sadismo e prendendosi molto tempo. Le ferite formano degli intrecci a forma di X e a forma di Y, tanto che per un momento si pensa anche a una sorta di rito satanico.

– Vengono rinvenuti dei filamenti rossi sui vestiti di Yara, non scoprirà mai a chi o a che cosa appartengano, forse a una coperta che l’ha avvolta?

– Sui leggins di Yara ci sono dei filamenti sintetici colorati, sembrano quelli della tappezzeria di un veicolo

– Sugli indumenti e nei polmoni si trova della calce, e sulle scarpe ci sono delle tracce metalliche, le cosiddette sferette

– Il cadavere quando viene rinvenuto stringe con la mano destra un ciuffo d’erba compatibile con quella presente nel campo in cui è stata trovata, e questo avvalora la tesi secondo cui è morta proprio lì e non è mai stata spostata

– Il fatto che non sia mai stata spostata comunque non è confermato in modo inequivocabile dalla sentenza. Ci sono anche elementi che renderebbero possibile l’ipotesi che sia stata spostata. Per esempio i segni tafonomici, su strati più interni dei vestiti e non su quelli esteriori.

– Nella tasca della giacca vengono ritrovate le chiavi di casa, la batteria del cellulare e la sim il tutto avvolto in un guanto di Yara. Il telefono non c’è, è sparito e non verrà mai ritrovato. Perché lasciare la sim e la batteria insieme al cadavere?

Nel consegnare i risultati alla Procura la Cattaneo azzarda una ipotetica dinamica del delitto: la ragazza è stata stordita con i colpi alla testa che le hanno fatto perdere i sensi, l’assassino ha infierito sul suo corpo provocandole le altre ferite trovate e infine l’ha abbandonata nel campo di Chignolo, indebolita e forse incosciente. Sicuramente agonizzante.

La morte è sopraggiunta solo in seguito, e questo è testimoniato anche dall’alta presenza di acetone nei tessuti, che indica un forte stress che ha subito il corpo prima della morte, che si colloca con elevata probabilità nella notte del 26 o al massimo nelle prime ore del giorno seguente.

La conclusione è che chi ha ucciso Yara ha agito con particolare crudeltà.

Non solo, a partire dalla calce rinvenuta e dalle sferette metalliche la Dott.ssa Cattaneo pensa che Yara sia stata in un cantiere o in un ambiente che ha a che fare con il mondo edile. Ne è così convinta che lo suggerisce alla PM Letizia Ruggeri «cercate nel mondo dell’edilizia».

La notizia del ritrovamento e i dettagli sulla morte di Yara, come potete immaginare, scuote l’Italia intera.

All’autopsia si affianca anche il lavoro di analisi dei reperti della scientifica e del RIS di Parma.

La notizia decisiva che dà una svolta alle indagini arriva proprio dal RIS: gli scienziati che stanno analizzando gli abiti riescono a trovare delle tracce biologiche.

In particolare è sulle mutande, dove c’è un taglio netto, che trovano del materiale organico che ritengono particolarmente importante. Attenzione, quando si parla di taglio nelle mutande si pensa che ci sia un taglio compatibile con la violenza, in realtà si tratta di un taglio che non corrisponde alle ferite. Nello specifico c’è una traccia, che è una traccia mista e cioè proveniente da diversi soggetti, che contiene diverse cose interessanti.

Al suo interno c’è il DNA di Yara, e poi c’è il DNA di uno sconosciuto, di sesso maschile. Yara è una bambina dalla vita trasparente e senza segreti, quindi quel DNA in quel punto non si riesce a spiegare.

Gli inquirenti si convincono subito che quella sia la traccia dell’assassino, deve essere stato per forza lui ad avere ucciso Yara. Estraggono da quella traccia il codice genetico e a quella sequenza viene assegnato un nome, quello di Ignoto 1. È questo il momento in cui il processo, che si chiuderà soltanto sette anni dopo, viene davvero sigillato: Ignoto 1 è l’assassino, è deciso.

Ignoto 1

Ora c’è un DNA. Ma a chi appartiene? Non è presente negli archivi, non è di un soggetto noto alla giustizia, Ignoto 1 è un perfetto sconosciuto per la Procura. Certo, ora c’è una pista, ma le indagini anche se non sembrano più ad un punto morto, rimangono pur sempre in alto mare.

Gli inquirenti navigano a vista. Da dove partire per trovare Ignoto 1?

Decidono di iniziare dal luogo dove è stato ritrovato il corpo. Vicinissimo al campo dove giaceva Yara c’è una discoteca, vi ricordate?, quella della lite che aveva portato all’uccisione del dominicano. Ecco, si chiama Sabbie Evolution. Si parte da lì.

La discoteca è un circolo privato, quindi per entrare bisogna iscriversi all’associazione che la gestisce. Perfetto, la Procura si fa consegnare i registri degli iscritti alla discoteca e li contatta tutti. A tutti preleva il DNA.

In quei giorni si assiste a un dispiego di forze mai visto prima. Si procede con prelievi di DNA a tappeto, saranno 23.000 in totale i campioni prelevati e analizzati, una quantità enorme e un investimento di risorse come mai si era mai visto prima. Al massimo si era arrivati a fare qualche decina o centinaia di test, ma nel caso di Yara Gambirasio i test saranno migliaia.

Più esami vengono effettuati più persone vengono scartate, ma i laboratori non smettono di prelevare, amplificare, leggere i dati e e compararli con quelli dell’assassino…  finché, non c’è un campione che restituisce un profilo genetico simile a quello di Ignoto 1.

[clap]

Fermi tutti, lo abbiamo trovato.

Il proprietario di quel DNA è un certo Damiano Guerinoni, un trentenne che vive a Brembate di Sopra e che frequenta abitualmente le Sabbie.

Viene subito messo sotto intercettazione. Gli inquirenti scoprono che ha anche dei legami con la famiglia Gambirasio: sua madre infatti, che si chiama Aurora Zanni, ha lavorato per dieci anni come domestica da di loro.

Ma allora li conosce, e forse conosceva anche Yara.

L’uomo viene fermato e interrogato. Il DNA coincide solo in parte ma gli altri indizi non giocano a suo favore: età sessualmente attiva, legami con la famiglia di Yara, frequenta il luogo dove è stato trovato il corpo e abita dove la ragazza è sparita. Gli indizi non sono pochi.

Salta fuori pure che aveva anche scritto una lettera di solidarietà alla famiglia di Yara. Anche questo viene giudicato anomalo nel quadro indiziario che si è formato.

Però l’uomo ha un alibi di ferro: nel novembre 2010 si trovava all’estero. In Perù. E per fortuna sua anche in seguito alle verifiche l’alibi viene confermata.

Anche questa è una pista a fondo cieco.

Le analisi in laboratorio però vanno avanti, e gli scienziati studiano la somiglianza tra il DNA di Ignoto 1 e quello di Damiano Guerinoni. Dalle indagini riescono a capire che tra i due codici genetici c’è un legame, un legame patrilineare, cioè sono collegati dai componenti maschili del suo ramo familiare. Ignoto 1 è un consanguineo maschio di Damiano Guerinoni.

Bingo.

Si inizia a scavare nella storia familiare a partire dal padre di Damiano, morto nel 2003, e si risale fino al 1860. La famiglia è originaria della Val Seriana. Si ripercorre tutto l’albero genealogico prelevando campioni di DNA a ogni discendente maschio ancora in vita.

È così che si arriva a Pierpaolo Guerinoni, cugino di Damiano e residente a Frosinone.

Il DNA di Pierpaolo è sorprendentemente simile a quello di Ignoto 1, ancora più simile di quello di Damiano: è praticamente identico per linea paterna a quello di Ignoto 1, ma differente per linea materna.

Forse ci siamo. Viene analizzato anche il fratello di Pierpaolo, Diego Guerinoni, che conferma le stesse cose osservate sul DNA di suo fratello.

C’è una sola spiegazione: Ignoto 1 è figlio dello stesso padre di Pierpaolo e Diego, ma di madre diversa.

Il padre dei fratelli Guerinoni si chiamava Giuseppe Benedetto Guerinoni. Si chiamava perché è morto, nel 1999. Era un autista di autobus di Gorno, in Val Seriana. Uno che ha condotto una vita apparentemente morigerata: ha avuto una sola moglie, e non ha riconosciuto nessun figlio al di fuori del matrimonio.

Ma un altro figlio, un figlio illegittimo ci deve essere, lo dice la scienza.

Per trovare conferma della tesi gli inquirenti si fanno consegnare dalla famiglia alcuni oggetti che possano aiutarli a confermare l’intuizione. Tra questi c’è una vecchia patente di Guerinoni e delle cartoline. Questi reperti sono importanti perché i francobolli e i bolli di rinnovo della patente per essere incollati ai documenti vengono solitamente inumiditi con la saliva, e infatti grazie alle analisi gli inquirenti riescono a isolare e sequenziare il DNA contenuto in una traccia di saliva.

Dalle analisi arriva la conferma dell’intuizione, blindata poi definitivamente con la riesumazione del corpo di Giuseppe Guerinoni che mette fine a ogni dubbio: è lui il padre di Ignoto 1.

Dove trovare un figlio che sulla carta non esiste? È evidente che il figlio di Guerinoni è stato un figlio clandestino, certamente avuto con un’amante decenni prima.

Però non ci sono alternative, bisogna trovarlo per risolvere il caso e dare pace a Yara e ai magistrati.

L’indagine dopo aver subito una nuova svolta è, di nuovo, di colpo, in alto mare. Sono passati più di dieci anni dalla morte di Guerinoni e probabilmente decenni dalla nascita di Ignoto 1, se anche qualcuno avesse sospettato di una sua relazione clandestina molto tempo fa, oggi se lo ricorderebbe? Sempre che questo testimone, se esiste, sia ancora in vita.

Bisogna di nuovo fare ricerche, di nuovo prelevando DNA a tappeto, questa volta confrontando il DNA mitocondriale delle possibili amanti di Guerinoni con quello di Ignoto 1, o meglio, con quello che si pensa essere quello di Ignoto 1.

La Procura però mentre procede con le ricerche, di rendere pubblico quello che ha scoperto, sceglie di far sapere a tutti, tramite la stampa, che Giuseppe Guerinoni è il padre naturale di Ignoto 1.

L’unica persona a conoscenza del segreto di Guerinoni, dell’esistenza di un suo figlio illegittimo, sempre che sia ancora viva, deve essere la madre di Ignoto 1.

Si spera quindi in un moto di coscienza di questa ignota donna, in modo che possa fornire ulteriori informazioni agli inquirenti.

Il tempo passa, ma nessuno si presenta con informazioni al riguardo. 

Nel frattempo però salta fuori un testimone, un amico di Giuseppe Guerinoni che si ricorda di alcuni racconti dell’autista in merito a una sua amante. Non riesce a collocarli precisamente nel tempo, ma assicura che si trattava di una donna del posto e pone gli avvenimenti tra il 1960 e il 1965.

Grazie a questa testimonianza, imprecisa e claudicante, la Procura seleziona più di 500 donne che ai tempi erano residenti nelle vicinanze di Guerinoni e che hanno avuto figli in quegli anni, a cavallo tra i ’60 e i ’70.

In questo elenco compare anche una signora di sessantasette anni, che nel frattempo si è trasferita a Brembate di Sopra e che si chiama Ester Arzuffi.

Il nome naturalmente non dice nulla a nessuno, e continuerà a non dire niente per un bel po’ di tempo.

Le analisi a tappeto investono subito quel gruppo di 500 donne e il 17 luglio del 2012 è il turno di Ester Arzuffi. Le viene prelevato un tampone salivare e nei giorni successivi viene confrontato con la traccia appartenente a Ignoto 1.

Il test è negativo.

Non è lei la madre di Ignoto 1.

Passano quasi altri due anni in cui si brancola nel buio. La madre di Ignoto 1 non si trova da nessuna parte. La Procura però è determinata, e il PM Letizia Ruggeri è convinta che in quel gruppo di 500 donne analizzate due anni prima, ci sia un’alta probabilità di trovare la madre di Ignoto 1.

Deve essere lì, per forza. Ma tutte hanno dato esito negativo ai test. Com’è possibile?

Si decide di verificare di nuovo tutta la procedura usata per le analisi.

Incredibile, c’è un errore madornale.

Il DNA mitocondriale di quelle 500 donne non è stato confrontato con quello di Ignoto 1, con quello dell’assassino, ma con quello di Yara!

Come hanno fatto a fare un errore simile? Se leggete qualche libro o guardate qualche documentario vi diranno che è colpa dello stress dato dall’incredibile carico di lavoro. È stata una svista.

In realtà c’è un motivo che vi sarà chiaro più tardi: il DNA mitocondriale delle possibili madri viene confrontato con quello di Yara e non con quello di Ignoto 1, perché quello di Ignoto 1 nella traccia non compare, compare solo quello di Yara che viene erroneamente attribuito a Ignoto 1, intanto prendetelo come dato, dopo vi spiego tutto.

Proprio quando sembra che tutto si sia arenato arriva un’altra notizia confortante: si scopre che nel DNA (nucleare, quello dell’assassino) di Ignoto 1 c’è un allele molto raro, presente nella popolazione europea in un solo soggetto su mille. Siccome questo elemento non compare nel DNA del padre, quello di Guerinoni, allora deve per forza essergli stato trasmesso dalla madre.

Si rifanno immediatamente tutte le analisi cercando questa caratteristica e scoprendo che quel tratto raro del DNA di Ignoto 1 è presente in solo due donne di quelle 500. Due sorelle, Ester e Simona Arzuffi.

La prima era anche vicina di casa di Guerinoni, quindi si concentra su di lei un’indagine più approfondita e si scopre che, cazzo, è lei, è lei la mamma di Ignoto 1!

È il 14 giugno 2014 quando gli inquirenti hanno identificato con certezza la madre dell’assassino di Yara.

Ester Arzuffi è sposata dal 1966 con Giovanni Bossetti, e dal matrimonio ha avuto tre figli. 

Un maschio, Fabio Bossetti, nato nel 1975, e due gemelli, Massimo e Laura Bossetti, nati nell’ottobre del 1970. 

Siccome Ignoto 1 è un maschio, la domanda che frulla nella testa degli inquirenti è: Ignoto 1 sarà uno dei due figli riconosciuti da Giovanni Bossetti, oppure ricomincierà di nuovo tutto da capo?

Fabio Bossetti vive a Brembate, come Yara, perciò potrebbe averla conosciuta. Potrebbe essere venuto a contatto con lei.

Ma Massimo lavora nell’edilizia, è un carpentiere, e dai tabulati telefonici si scopre che il giorno della sparizione di Yara il suo telefono un’ora prima del sequestro si è agganciato alla stessa cella a cui si è agganciato quello di Yara.

Ci si concentra su di lui.

Il giorno dopo, domenica 15 giugno, la Polizia organizza un finto posto di blocco. Seguono Massimo Bossetti fino a Oriocenter – un centro commerciale -, e mentre torna a casa con la moglie gli prelevano un campione salivare con la scusa di sottoporlo a un alcol test.

Gli fanno ripetere il test due volte con il pretesto che il primo non sia andato a buon fine e mandano subito i campioni a Milano, per farli analizzare.

Il responso arriva la sera stessa: è lui Ignoto 1.

L’arresto

Non si perde tempo, la Procura è determinata ad arrestarlo subito, non vogliono far passare nemmeno un minuto più del necessario. L’arresto avviene già il giorno successivo. Il 16 giugno 2014, lunedì, Bossetti viene fermato mentre sta lavorando in un cantiere a Seriate.

In quel momento si trova sulla sommità di una impalcatura quando alcuni uomini in borghese fanno irruzione armati di telecamera. Bossetti indietreggia e uno dei poliziotti urla «sta scappando», altri corrono sulle impalcature, lo bloccano, lo ammettano e gli dicono solamente di non parlare, di non muoversi e di non guardarli in faccia.

Le telecamere riprendono tutto e la sua tentata fuga diventerà un ulteriore indizio di colpevolezza, che ha aiutato a convincere la giuria della Corte d’Assise.

Bossetti quel giorno viene portato in carcere e da lì non uscirà più.

Appena viene arrestato, l’allora Ministro dell’Interno, Angelino Alfano, Twitta immediatamente «Individuato l’assassino di Yara Gambirasio». Per tutti è già chiaro come il sole: Massimo Bossetti è l’assassino. Il processo è una pura formalità.

Tutto porta a Massimo Bossetti

Bossetti non si trova in una bella posizione: è lui l’insospettabile padre di famiglia di cui parlavano i criminologi in TV già a poche ore dalla scomparsa di Yara?

Che uomo è? Che vita conduce?

Massimo Bossetti è sposato con Marita Comi, dalla quale ha tre figli, che all’epoca dell’arresto hanno 8, 10 e 13 anni. È un carpentiere, lavora nell’edilizia, e questo è ovviamente compatibile con quello che è stato scoperto sul corpo di Yara.

Sembra un uomo con una vita normale, quasi banale. È noto tra i suoi colleghi per essere uno che si inventa un sacco di fregnacce, e si scoprirà che è soprannominato «il favola» per certe storielle che si è inventato; quando può si assenta dal lavoro con qualche scusa, ma per il resto non c’è niente degno di nota. Mai nessun segno di squilibrio, mai nessuna violenza. Mai niente.

Deve essere davvero l’insospettabile assassino di cui parlavano i criminologi.

I giornali scrivono. Pubblicano foto. Estraggono dalle dichiarazioni della Procura e dalle fughe di notizie particolari e indiscrezioni, spesso distorti, per alimentare il caso mediatico. Parlano delle lampade e dell’abbronzatura di Massimo Bossetti. Scrivono della moglie, dei suoi presunti amanti. Finiscono pure con metterla in copertina in costume da bagno.

I media, con poche eccezioni, hanno già emesso il verdetto di terzo grado: Massimo Bossetti è l’assassino.

Passa più di un anno dall’arresto prima che il processo abbia inizio. Intanto Ester Arzuffi, la madre di Bossetti, nega qualsiasi possibilità che il figlio sia nato da un rapporto clandestino con Guerinoni, che lei dice non esserci mai stato. Nega, negherà sempre, fino alla morte, e arriverà a suggerire che l’unica spiegazione possibile che si riesce a dare è l’aver subito un’inseminazione artificiale a sua insaputa.

Il processo

Primo grado (3 luglio 2015 / 1 luglio 2016)

Il processo di primo grado inizia il 3 luglio del 2015 e dura poco meno di un anno. Il processo è particolarmente blindato, le telecamere non possono entrare e i posti a sedere per il pubblico sono ridotti, una trentina al massimo. Il 1 luglio 2016 viene pronunciata la sentenza. È una sentenza di condanna: Bossetti è trovato colpevole, ha ucciso Yara, ed è condannato all’ergastolo.

La sentenza stabilisce che Bossetti ha agito in seguito a un rifiuto di Yara, circostanza che ha scatenato una reazione di violenza e sadismo di cui non aveva mai dato prova fino ad allora.

Poi però nello stesso documento la Corte sostiene che Bosseti non ha agito in modo incontrollato, sferrando una pluralità di fendenti, ma ha operato sulla vittima per un apprezzabile lasso temporale, girandola, alzando i vestiti e tracciando dei tagli lineari, a volte superficiali, e a volte in zone non vitali (cito testualmente: il corpo è stato ruotato e lesionato sia nella parte anteriore sia in quella posteriore, tagliato in modo lineare e, nel caso dei polsi, simmetrico, ossia con modalità tali da escludere la ‘furia’ dei colpi tipica del dolo d’impeto e, al contrario, connotate dall’ansia dell’agente di appagare la propria volontà di arrecare dolore, caratterizzante le sevizie).

In tutto questo la difesa non ottiene la possibilità di analizzare i reperti e le tracce genetiche che inchiodano Bossetti e sono la prova fondamentale a sostegno di tutta la sentenza.

Vi leggo i punti indicati nella motivazione della sentenza a sostegno del verdetto di colpevolezza di Bossetti:

  1. Il materiale genetico colloca Bossetti sul luogo e al momento dell’azione lesiva che ha portato Yara alla morte
  2. I tabulati telefonici rivelano che l’uomo “non era altrove
  3. Non c’è un alibi perché Bossetti non è in grado di dire dove si trovava quel pomeriggio
  4. Le fibre sintetiche colorate trovate sui leggins di Yara sono compatibili con quelle del furgone di Bossetti
  5. Le sferette metalliche trovate sulle scarpe e sugli indumenti, così come la calce nei polmoni e sui vestiti, sono anch’essi compatibili con il mestiere di Bossetti
  6. Sono state trovate sul computer di Bossetti delle ricerche pornografiche effettuate sul web “a carattere latamente pedopornografico” e questo certifica l’interesse del carpentiere per le ragazzine

La difesa ricorre in appello.

Secondo grado

“Il dna sui leggins e sugli slip di Yara Gambirasio era di Massimo Bossetti”. Anche per i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Brescia l’analisi del DNA rinvenuto su Yara richiesta dalla difesa non può essere svolta.

I giudici nelle motivazioni della sentenza scrivono che “Quello che è certo è che non vi sono più campioni di materiale genetico in misura idonea a consentire nuove amplificazioni e tipizzazioni”.

Pertanto, “la famosa perizia genetica sarebbe necessariamente limitata a una mera verifica documentale circa la correttezza dell’operato del Ris e dei consulenti dell’accusa, pubblica e privata”.

I legali di Bossetti, Claudio Salvagni e Paolo Camporini avevano chiesto nuovi accertamenti sul DNA anche perché sostenevano che le analisi sarebbero state svolte nei laboratori del Ris di Parma con kit di reagenti scaduti e i campioni sarebbero stati contaminati.

Inoltre sottolineavano l’assenza “del tutto innaturale” del DNA mitocondriale nel campione prelevato dal corpo di Yara.

Secondo la corte il movente dell’omicidio “può essere circoscritto nell’area delle avances sessuali respinte, della conseguente reazione dell’aggressore a tale rifiuto, unita al sicuro timore dello stesso di essere riconosciuto per aver commesso nei confronti della ragazza qualcosa di grave”. La finalità del delitto “dai contorni sessuali” è dimostrata dal fatto che l’imputato “si stava aggirando” a bordo del suo furgone “nelle vicinanze della palestra, in attesa di qualcuno”. Ma anche dalla scoperta nel pc di Bossetti di “un interesse insistente e perdurante per adolescenti in età prepuberale” viste le foto ritrovate e dalla circostanza che il delitto avvenne in un periodo in cui il muratore di Mapello aveva litigato con la moglie.

Anche in questo caso è il DNA la prova regina: dimostra inequivocabilmente che Bossetti era presente al momento del delitto.

I legali della difesa ricorrono in Cassazione, che si pronuncia il 12 ottobre 2018.

Cassazione

Il Profilo genetico di Massimo Bossetti è stato confermato da 24 marcatori e “La probabilità di individuare un altro soggetto con lo stesso profilo genotipico”, ha evidenziato la Corte, equivale a “un soggetto ogni 3.700 miliardi di miliardi di miliardi di individui”.

Inoltre siccome Bossetti fino a poche ore prima dell’arresto era sconosciuto alle indagini e il suo DNA non era presente nelle vecchie banche dati “all’epoca disponibili” è quindi impossibile ipotizzare una contaminazione dei reperti prelevati all’inizio del 2011 con il profilo dell’ imputato che è stato acquisito soltanto tre anni dopo.

Per ciò che concerne la negazione della super perizia sul Dna avanzata dai difensori di Massimo Bossetti, i giudici hanno spiegato che vi si ricorre solo in caso di “evidenza dell’utilizzo di una metodica errata o superata e dell’esistenza di un metodo più recente e più affidabile” ma “nulla di tutto questo emerge dagli atti”.

Infine è “fantasiosa l’ipotesi di una contaminazione volontaria” poiché “se si volesse seguire la tesi complottista legata anche alla necessità di dare in pasto all’opinione pubblica un responsabile è evidente che si sarebbe creato un profilo che immediatamente poteva identificare l’autore del reato senza attendere, come invece è accaduto, ben tre anni”.

Allo stesso modo è “fantasiosa l’ipotesi di una contaminazione volontaria da parte di terzi prima del ritrovamento del corpo della vittima”.

Fine. Tre gradi di giudizio, tutti e tre concordi: Bossetti è l’assassino di Yara oltre ogni ragionevole dubbio e per questo marcirà in galera fino all’ultimo dei suoi giorni.

Agli italiani qualcosa non torna, perché molti diventano innocentisti?

Eppure, qualcosa non torna in tutto ciò. Molti italiani sono convinti dell’innocenza di Massimo Bossetti. Perché?

Beh, sicuramente gli organi di informazione non hanno contribuito al formarsi di un’opinione bilanciata. Con la loro continua attenzione morbosa ai dettagli insignificanti, con i salti logici e le deduzioni arbitrarie, con le tesi allusive dei giornalisti da terzo mondo che si sono occupati del caso gli italiani non potevano che rigettare l’intera sentenza insieme a qualsiasi argomento di dubbio valore giornalistico.

Ci sono stati poi casi eclatanti, come quando Roberto Saviano ha insinuato la necessità di seguire delle piste mafiose poiché secondo lui il padre di Yara, Fulvio Gambirasio, avrebbe testimoniato nel corso di un processo contro i proprietari di un’azienda che a suo dire sarebbero stati collusi con la mafia. Ricostruzione fantasiosa e subito smentita dalla realtà.

Anche dal processo sono uscite tesi quantomeno discutibili: possibile che sia stato fatto passare come tentativo di fuga la mossa goffa che ha fatto Bossetti durante il suo arresto? Possibile che nessuno si sia reso conto che i primi uomini entrati nel cantiere per arrestarlo erano in borghese e che in quei pochi secondi è improbabile che Massimo Bossetti si sia anche solo reso conto di ciò che stava accadendo?

Possibile che nessuno si sia anche solo posto il dubbio che quelli fossero i movimenti naturali di un uomo con i piedi immersi nel bitume fresco? Eppure, anche questo argomento, sebbene non sia uno dei pilastri che sostiene la sentenza, è certamente stato un elemento dibattuto che avrà in qualche modo influenzato la percezione della corte sull’imputato.

I giornali scrivono che è saltato fuori, dai i tabulati telefonici, che Bossetti era sempre nella zona della palestra di Brembate ogni lunedì e ogni mercoledì. Guarda caso proprio i giorni in cui si allenava Yara! Eh, ma poi il sequestro è avvenuto di venerdì, quando la ragazza è uscita a sorpresa.

Sono saltate fuori insinuazioni che ovviamente non hanno trovato terreno fertile nell’opinione pubblica: per esempio tutti ci siamo chiesti cosa avremmo risposto al suo posto, quando è stato chiesto conto a Bossetti di come era possibile che non ricordasse cosa aveva fatto il 26 novembre 2010. Erano passati quattro anni, ma secondo qualcuno doveva per forza ricordarselo, perché il 26 novembre 2010 non è un giorno qualunque. È uno di quei giorni in cui tutti sanno cosa stavano facendo, come l’11 settembre 2001!

Ecco, con queste insinuazioni e con questi argomenti trovo normale che gli italiani si siano spaccati in innocentisti e colpevolisti.

Ma tra le più o meno condivisibili reazioni alle notizie che ci sono piovute addosso, ci sono alcune argomentazioni che hanno qualcosa di verosimile.

Qualcuno ha iniziato a chiedersi: com’è possibile che Bossetti abbia agito senza un movente chiaro?

E soprattutto qualcuno ha iniziato a osservare che ci sono dei dubbi anche sul DNA. Il DNA, la prova regina a cui come un chiodo si appende tutto il castello delle accuse.

Proviamo a fare una cosa. Analizziamo uno per uno i punti che sostengono la sentenza di colpevolezza.

Delitto d’impeto o freddo sadico?

Tanto per incominciare è vero che il movente non è mai stato individuato, e questo è un fatto noto, ma anche la dinamica dei fatti non è chiara e nella sentenza si fanno affermazioni che se non sono contraddittorie solo per lo meno fortemente dissonanti.

Com è morta Yara? Lo abbiamo detto prima, ricordate? Non per diretta conseguenza delle ferite riportate. Dall’autopsia è emerso che Yara è stata colpita alla testa con un corpo contundente (o forse a mani nude) e il corpo riporta le ferite inferte con un oggetto da taglio e da punta e taglio.

I tagli si trovano su: busto, schiena, collo, gamba e polsi. Anche sulle mutande c’è un taglio, nella parte in cui uscivano dai pantaloni, ed è il punto da cui poi verrà estratto il famoso DNA.

Nessuna delle ferite però è mortale, così come non sono stati mortali i colpi ricevuti alla testa.

Di cosa è morta dunque? È morta di ipotermina. Yara è stata lasciata agonizzante nel campo dove è stata ritrovata, e la morte è sopraggiunta ore dopo il suo abbandono, complice anche l’indebolimento dovuto alle ferite e alle percosse subite.

I tagli rinvenuti sul suo corpo tradiscono una mano indecisa, titubante. Questo è quello che dicono le perizie. Alcuni tagli addirittura hanno conformazioni particolari, ci sono tagli a X e tagli a Y. L’assasino, lo dice anche la sentenza, si è preso il tempo necessario per infierire sul corpo di Yara, quando era ancora viva.

Ha agito con sadismo e con particolare crudeltà, prendendosi il tempo necessario e probabilmente agendo sotto la pioggia di quella sera. Ma questa ricostruzione non stride con l’altra parte della sentenza?, quella in cui si parla di reazione violenta e inaspettata, causata dal rifiuto di Yara di concedersi?

Bossetti ha agito in un impeto di rabbia o con freddezza e calcolo?

Aveva già in mente quello che avrebbe fatto quella sera, fino a uccidere una ragazzina, oppure si è ritrovato a un certo punto, suo malgrado, in una situazione che non aveva previsto nemmeno lui?

Queste domande non trovano oggi una risposta chiara, esaustiva e convincente. Manca completamente la spiegazione della dinamica degli eventi e delle intenzioni di Massimo Bossetti, del resto mancando un movente non si poteva fare chiarezza sui dettagli delle ragioni psicologiche che hanno mosso l’imputato.

I tabulati telefonici

Uno dei nodi più importanti del processo riguarda la presenza di Bossetti nel luogo del crimine. Non potendo verificare direttamente la sua posizione nel tempo si usano indagini indirette: si cerca di capire dove era il suo cellulare e il suo furgone, sulla base dell’assunto che dove si trovavano questi oggetti si trovava anche Bossetti.

Con queste indagini si tenta di trovare elementi indiziari che sostengano o contraddicono l’ipotesi che Bossetti si trovasse nelle vicinanze di Yara quando è sparita.

Ora, il problema è che quando si cercano indizi a sostegno o contro una tesi può anche capitare che saltino fuori indizi che si limitano a non dare informazioni aggiuntive.

Ecco, gli indizi sulla presenza di Bossetti nei luoghi del crimine sono tutti di quest’ultima natura. Sono fattori di mera “compatibilità” che non danno la prova cerca che Bossetti si trovasse sul luogo del delitto al momento della sparizione, ma neanche collocano Bossetti da un’altra parte.

O meglio, si decide arbitrariamente di ritenere che la presenza accertata di Bossetti nell’arco di decine di chilometri dal luogo del delitto ore prima della sparizione di Yara sia sufficiente per stabilire che era “nelle vicinanze” in un “orario compatibile”. 

È il caso per esempio delle celle telefoniche.

Facciamo un po’ di ordine e mettiamo su una mappa i luoghi di questa tragedia.

Casa di Yara e il Centro Sportivo sono entrambi a Brembate di Sopra, Casa di Bossetti invece è a Mapello.

Ora aggiungiamo altri dettagli, mettiamo sulla mappa le celle telefoniche. Le celle sono le antenne alle quali si agganciano i nostri cellulari per poter fare e ricevere telefonate. Ogni volta che un cellulare si aggancia a una cella questa informazione viene salvata nei registri di quella cella, quindi possiamo sapere quando e a quali celle si sono agganciati i telefoni di Yara e Bossetti quel 26 novembre 2010.

In quella zona, per l’analisi che ci interessa, ci sono tre celle: quella di Brembate di Sopra, quella di Ponte San Pietro e quella di Mapello.

Ogni cella ha una portata teorica di qualche decina di Km, questo significa che man mano che ci si allontana il segnale è sempre più debole, ma significa anche che tra di loro le celle molto spesso si sovrappongono. La maggior parte delle zone è infatti coperta da più celle contemporaneamente, quindi a quale cella si aggancia un cellulare? A quella più vicina, che quindi ha il segnale più potente?

Non è detto. Il singolo telefono può essere dirottato tra celle diverse non solo in base alla distanza e quindi alla potenza del segnale, ma anche in base al traffico che in quel momento attraversa le diverse celle. Può accadere quindi che un telefono agganci una cella più lontana, ma meno trafficata in quel momento, rispetto a un’altra cella che ha più vicina ma che è ingolfata di traffico.

Bene, vediamo che celle hanno agganciato i telefoni della vittima e dell’assassino il giorno del delitto.

[17.45] Il telefono di Massimo Bossetti aggancia la cella di Mapello, nel momento in cui lui fa una chiamata al cognato. Questa è la prima informazione che vi sto dando sul telefono di Bossetti, ma è anche l’ultima che abbiamo a disposizione. Da quel momento in poi infatti il telefono di Bossetti non dà altri segnali, e continuerà a non darli fino alle 7:34 del giorno successivo.

La spiegazione di Bossetti è che il cellulare fosse scarico. E in ogni caso tutti i giorni quando Bossetti era a casa il cellulare non generava traffico. L’operatore telefonico non sa indicare se il telefono era spento, semplicemente inattivo o in una zona non coperta, sicuramente non ha inviato il segnale di telefono in spegnimento.

[18.25] Yara riceve un SMS da una sua amica che le chiede informazioni in merito al saggio della domenica. Sappiamo che in quel momento Yara è in palestra.

[18.44] Yara risponde a quell’SMS scrivendo «Dobbiamo essere lì per le 8», sappiamo che è già uscita dalla palestra grazie alla testimonianza del padre dell’altra ragazzina, quello che l’ha incrociata sulla porta del centro sportivo e che la saluta. Yara qui aggancia la cella di Ponte San Pietro.

[18.49] L’amica le risponde. Dice «Ok grazie!», ma il telefono di Yara questa volta è agganciato alla cella di Mapello, la stessa delle 17.45 di Bossetti! Yara non risponde al messaggio, ma è anche vero che non è un messaggio che prevede risposta.

[18.55] Abbiamo l’ultimo segnale registrato dall’operatore della ragazza. Yara aggancia la cella di Brembate di Sopra, senza generare traffico. Da quel momento in poi, il buio.

Come ricorderete intorno alle 19, per la precisioni dai tabulati emerge che fossero le 19.11, la madre di Yara la prova a chiamare. Il telefono è acceso e connesso a qualche cella, infatti lei sente tre squilli prima che intervenga il messaggio di segreteria telefonica. Della chiamata c’è traccia anche sui tabulati della Vodafone, quindi è effettivamente avvenuta, ma a quale cella agganciasse il telefono in quel momento purtroppo rimane un mistero irrisolto.

Ora, il fatto che il telefono di Yara abbia agganciato ben tre celle diverse nell’arco di pochi minuti non deve trarre in inganno: non si possono dedurre informazioni sui suoi spostamenti. La zona del Centro Sportivo è in un punto di intersezione tra queste celle, potenzialmente il cellulare può anche non muoversi, o muoversi di pochi metri, e trovarsi comunque ad agganciare tre celle diverse saltando dall’una all’altra, vuoi per motivi di traffico, vuoi per ostacoli alla trasmissione che nel per pochi metri di differenza hanno potuto oscurare l’antenna e obbligare il cellulare a cambiare cella.

Ma ecco che le celle vengono usate per dire che sia la vittima che l’assassino si trovavano circa nella stessa zona, circa nello stesso momento.

Certo, con almeno un’ora di differenza e potenzialmente a chilometri di distanza, ma dai, a grandi linee.

Bene, non ho detto ancora tutto però: le celle non solo registrano chi si collega, ma registrano anche la direzione da cui quell’utenza si collega. Non con altissima precisione, diciamo che ogni cella è divisa in tre settori, ognuno dei quali copre un angolo di 120 gradi. Immaginatevele un po’ come il logo della Mercedes, dove ogni spicchio, ogni fetta della torta, è un settore.

Eccoli qui.

Ora, vi ricordate che Bossetti ha agganciato la cella di Mapello alle 17.45, la stessa a cui era collegata Yara alle 18.49? Bene, la cella era la stessa, ma i settori erano diversi. Yara si collega ovviamente al settore 1, quello verso Brembate di Sopra, ma Bossetti al settore 3, quello in direzione di casa sua a Mapello.

Il che è compatibile con il fatto che uno fosse in palestra e l’altro o a casa, o in direzione di casa.

L’accusa però sostiene che la cella agganciata da Bossetti prova che non si trovasse a casa ma “nella zona dell’omicidio”, anche perché la cella di Mapello nonostante sia nello stesso comune di casa sua di solito non riesce a coprire l’abitazione.

Quando Bossetti è a casa infatti il suo cellulare aggancia prevalentemente la cella di Terno d’Isola, non quella di Mapello.

Peccato però che i tabulati telefonici indichino che comunque, stando a casa sua, il cellulare di Bossetti aggancia proprio la cella di Mapello per il 15% del tempo che è collegato alla rete.

Alla fine infatti, alla luce di tutto ciò, la sentenza si limita a dire che l’analisi dei tabulati e del cellulare dell’imputato non lo colloca da altre parti, che è un modo per dire che non si hanno informazioni esatte sulla sua posizione.

Certo è che comunque la cosa non torna.

Per esempio una delle domande è: se Bossetti, come sostiene l’accusa, stava girando come un pescecane con il suo furgone alla ricerca di una preda da assaltare, perché non ha neanche telefonato alla moglie per avvertire del suo ritardo con una scusa?

È strano perché su questo la famiglia Bossetti è metodica e abitudinaria: la cena la fanno sempre insieme. E l’hanno fatta sempre insieme, anche in quel periodo che viene definito di “rapporti burrascosi” con la moglie.

Eppure non c’è traccia di chiamate.

I video del furgone di Bossetti

Per cercare di provare la presenza di Bossetti sul luogo del crimine si è ovviamente anche tentato di identificare il suo furgone nei video registrati da tutte le telecamere di sorveglianza e sicurezza delle aziende della zona, delle banche e dei distributori di benzina.

Il dibattito sulla presenza del furgone nei filmati delle camere di sorveglianza però è un dibattito che avviene solo sui giornali o al massimo davanti a una pinta di birra nei bar.

In tribunale questa discussione finisce quasi subito. Le immagini a disposizione sono talmente poco affidabili che non le usa nemmeno l’accusa, e nella sentenza alla fine si scrive solo che “non è da escludere” la presenza di Bossetti. In tutti i video registrati in cui compare il famoso furgone bianco non si trovano sufficienti elementi per stabilire che sia proprio il suo.

Anzi, c’è solo un video in cui pare essere acclarato che si tratti proprio del suo mezzo, ma è un video che non è interessante perché è di molto antecedente ai fatti e mostra il passaggio del furgone in un orario comunque pienamente compatibile con il suo rientro a casa.

Quello che però tutti si ricordano sul furgone di Bossetti, e che magari vi ricorderete anche voi, è il famoso video falso montato ad arte dai Carabinieri per uso e consumo della stampa.

Quello in cui il furgone di Bossetti viene mostrato girare senza sosta nei dintorni della palestra. Peccato che sia stato montato con immagini che inquadrano furgoni che non sono quello di Bossetti. Chissà che anche questo non abbia contribuito a rendere poco credibili le indagini all’opinione pubblica e non abbia contribuito alla nascita di così tanti innocentisti.

Non hanno mentito

Ma in tutto questo Bossetti e la moglie cosa dicono sul giorno del 26 novembre? Dicono che non ricordano, sono passati quattro anni da quel giorno e sostengono di non ricordarsi dell’ora a cui è rincasato Massimo Bosseti, né di quello che hanno fatto quella sera.

Bossetti viene accusato di ricordarsi tutto del 26 novembre, salvo ciò che avviene nella finestra temporale dell’omicidio. Peccato che la verità sia che si ricorda tutto quello di cui ha delle prove documentali. È evidente che per esempio si ricorda di un acquisto di sabbia effettuato quel giorno, per forza, c’è una fattura datata 26 novembre che lo prova e che entra subito nel processo.

Chiaramente nel corso delle indagini insieme ai suoi legali avrà raccolto tutte le informazioni che ha trovato su quei giorni, informazioni e documenti che gli avranno ricordato gli eventi ad esse collegate. Ma non ricorda nulla delle ore in cui Yara è sparita, e infatti in quelle ore non ci sono prove documentali. Nulla che gli possa far riaffiorare alla memoria se la cena del 26 novembre o quella serata avesse qualcosa di differente da qualsiasi altra cena o serata di un autunno qualsiasi.

Nell’incapacità dei coniugi Bossetti di rispondere c’è una sola certezza: non si sono inventati alibi false. Non hanno inventato un alibi basato sulla menzogna, non hanno sostenuto qualcosa che non si ricordavano, solo per fornire una testimonianza che scagionasse Bossetti.

Questa è una certezza, che rimane tale indipendentemente dal fatto che Bossetti sia effettivamente colpevole oppure no.

È comunque strano che un colpevole acciuffato dopo anni di ricerche non si sia fatto neppure mezza idea su un alibi credibile da propinare a chi si fosse messo a fare domande inopportune.

Gli indizi rinvenuti sul cadavere: sferette metalliche, calce e filamenti della tappezzeria del furgone

La sentenza usa alcuni elementi rinvenuti sul cadavere come indizi gravi a carico dell’imputato. Si parla dei residui di lavorazioni metalliche, della calce e dei filamenti della tappezzeria compatibile con quella del furgone di Bossetti.

Tuttavia anche questi indizi rimangono generici, non si è infatti mai stabilito che le fibre rinvenute siano proprio quelle del furgone di Bossetti, si è arrivati solo alla compatibilità teorica.

Anche la calce e le sferette metalliche sono solo compatibili con l’attività profesisionale che lo colloca nel settore edile, ma non sono indizi specifici che rimandano inequivocabilmente a Massimo Bossetti.

Inoltre si è scelto di ignorare gli elementi che invece sono presenti sul cadavere ma non trovano riscontro in Bossetti, come per esempio le famose fibre rosse che indicherebbero forse una coperta con cui Yara è stata coperta.

Le ricerche “latamente pedopornografiche”

Ma è con le ricerche pedopornografiche che si raggiunge la vetta dell’assurdo.

In casa Bossetti c’è un computer a disposizione di tutta la famiglia, ricordiamolo: mamma, papà e tre figli, di 4, 7 e 9 anni al momento dei fatti. Il pc viene ovviamente sequestrato durante le indagini e si cerca di analizzare cosa c’è nella cronologia delle ricerche.

Gli inquirenti si accorgono che qualcuno ha addirittura cercato di occultare i misteriosi segreti informatici presenti su quel computer, infatti è stato addirittura usato un software come CCleaner, e uno come Inprivate Browsing.

Il primo serve per cercare di mettere ordine nel guazzabuglio di windows con la vaga e quasi sempre tradita speranza di renderlo più veloce, il secondo serve come dice il nome a navigare in modo tra virgolette anonimo. È quello che oggi trovate su tutti i vostri browser sotto il nome di “navigazione anonima” o “scheda in incognito”. Lo scopo non è chiaramente quello di nascondersi agli occhi dei magistrati, ma magari agli occhi degli altri familiari.

Nonostante le precauzioni del Julian Assange di Mapello gli inquirenti riescono comunque a penetrare l’Alcatraz informatico del carpentiere bergamasco e a scoprire quali ricerche sono state fatte su quel computer. Si trovano nella cronologia video agghiaccianti come quello dal titolo «bella teenager dai capelli rossi, dal pelo della topa rossa, con la pelle bianca e le lentiggini e tanto porca».

O ancora ricerche come «Ragazze rosse, con poco pelo sulla vagina». Oppure «ragazze vergini rosse».

Bene, se pensate che questi risultati siano come i video falsi del furgone, e cioè che servano più a far scrivere i giornali che non a convincere la giuria, vi sbagliate. Questo nella sentenza c’è, ed è uno dei pilastri che confermano la colpevolezza di Bossetti.

E questo nonostante non si sappia chi materialmente abbia effettuato quelle ricerche, ma dal momento che i figli interrogati negano di averle fatte, per esclusione si deduce al di là di ogni ragionevole dubbio che sia stato Bossetti.

La domanda è: questo cosa prova?

Secondo la sentenza è un indizio dell’interesse «latamente» pedopornografico di Bossetti. La sentenza scrive “latamente”, cioè in senso lato, con interpretazione larga, perché effettivamente ci vuole una interpretazione molto larga per scambiare la categoria pornografica “teenager” con la pedopornografia, dal momento che non c’entrano nulla l’una con l’altra.

Di pedopornografia vera, ovviamente non c’è traccia.

La prova regina: i dubbi sul DNA

Ma veniamo al pezzo forte di questo video, quello che probabilmente tutti stavano aspettando fin dall’inizio: il DNA, la prova regina che ha inchiodato Massimo Bossetti, quella che secondo i giudici lo colloca sul luogo del delitto al momento dell’omicidio. Quello che lo dichiara assassino, insomma.

Il DNA che hanno trovato è davvero quello di Massimo Bossetti?

Può esserci stato un errore o una contaminazione da parte del RIS?

Chiariamoci subito.

Quel DNA è davvero di Bossetti. Davvero. Senza ombra di dubbio. È il suo.

Non è realisticamente credibile che sia di qualcun altro.

Allora perché siamo qua? Abbiamo ripercorso tutta la vicenda per niente?

Calma, andiamo con calma.

Tutte le tracce trovate su Yara: erano tante

Innanzi tutto partiamo da una considerazione generale. Sugli indumenti di Yara c’erano molte tracce di DNA non appartenenti alla vittima, non c’era solo quella che ha portato all’identificazione di Massimo Bossetti.

C’erano tracce genetiche di persone note, come quella di Silvia Brena, l’istruttrice di ginnastica, per esempio. Ma c’erano anche tracce di DNA di altri uomini e donne sconosciute e mai identificate.

Mai identificate perché non si sono mai cercate. Sono state trovate addirittura delle formazioni pilifere (peli o capelli) tra gli indumenti della vittima, e non si sa a chi appartengano, si sa solo che appartengono a un soggetto maschile che non è Bossetti.

Il faro dell’indagine è la traccia denominata 31G20. È quella prelevata in corrispondenza del taglio sulle mutande della vittima. 

Ripeto, ci sono molte tracce di ignoti sul corpo della vittima, ma tutte queste tracce si stabilisce a tavolino di escluderle. Tutte tranne una. Si dà per scontato, per la particolare delicatezza del punto, che l’assassino è quello che ha lasciato una traccia sugli slip.

In realtà la conclusione del processo viene decisa qui, ancora prima che il processo inizi: l’assassino deve essere per forza colui che ha lasciato il suo materiale genetico nella traccia 31G20, e lo si decide solo a partire dal fatto che quella traccia si trova su un taglio sulle mutande della vittima.

Colui, o coloro, che hanno lasciato materiale genetico in quel punto.

Perché, fermi tutti, quella è una traccia mista, e dentro ci sono diverse cose interessanti da analizzare.

Cosa conteneva la traccia 31G20?

Questa traccia biologica è una specie di parco giochi genetico. Stiamo parlando della Disneyland dei genetisti, perché per quanto possa apparire piccola, in realtà è un universo di segni per chi sa leggere il linguaggio giusto.

Innanzi tutto di che cosa si tratta? Che materiale contiene? Cioè, è sangue, saliva, sperma o cosa?

Inizialmente è impossibile identificarne la natura, ma alla fine per esclusione si giunge a stabilire che è composta da sangue.

Di chi?

Il materiale genetico è misto, al suo interno si trova il DNA mitocondriale di Yara, il DNA nucleare di Ignoto 1, che oggi sappiamo essere Bossetti, e il DNA mitocondriale di un soggetto sconosciuto che non è né Yara né Bossetti. Diciamo Ignoto 2.

Ignoto 2???

Ok fermi, devo spiegarvi cosa è il DNA nucleare e quello mitocondriale.

La faccenda del DNA nucleare e mitocondriale

Senza trasformare questo video in una puntata di “Esplorando il corpo umano” arriviamo subito al dunque: le nostre cellule sono composte da tanti elementi, ma a noi ce ne interessano solo due: il nucleo e il mitocondrio.

In entrambi si trova il DNA, ma non lo stesso DNA. Ok, altro passo indietro, quando si parla di DNA si può facilmente fare confusione, perché il DNA è una molecola che contiene informazioni genetiche. Facciamo finta che il DNA sia come un hard disk biologico: è un contenitore di informazioni. Mi perdonino i biologi.

Questa molecola/hard disk è comune a praticamente tutte le forme di vita, noi abbiamo il DNA nelle nostre cellule così come ce l’hanno i gatti nelle loro, e le banane e i cocomeri. Quello che cambia è l’informazione scritta dentro la molecola, che è ovviamente diversa per ognuno.

In questa sede ci basta sapere che nel nucleo delle nostre cellule è conservato il codice genetico che ci identifica. Questo codice è univoco ed è diverso per ognuno di noi, tranne in rarissimi casi, per esempio nei gemelli omozigoti. In quel caso entrambi i gemelli hanno lo stesso DNA nucleare.

Essendo univoco, è questo il DNA che si usa per identificare le persone.

Poi però, come detto, nella cellula ci sono altre cose oltre al nucleo, tra cui i mitocondri, che al loro interno hanno, anche loro come il nucleo, la molecola del DNA. Solo che nel DNA mitocondriale non c’è lo stesso codice genetico che contiene il nucleo della cellula.

Contiene un codice diverso.

È un codice particolare, perché si trasmette identico da madre in figlio (o almeno è così nella quasi totalità dei casi). Ma se si trasmette identico significa che io ho lo stesso identico DNA mitocondriale di mia madre, e lo stesso ce l’ha mia sorella e il figlio di mia sorella. Non solo, anche mia zia – la sorella di mia madre -, ce l’ha identico, perché a sua volta – come mia madre – lo ha ereditato da mia nonna, e lo trasmetterà allo stesso modo a mio cugino.

Bene, com’è ovvio c’è un sacco di gente che ha il mio stesso DNA mitocondriale, ed è per questo che non si può usare per identificare univocamente una persona. Dà comunque delle informazioni, permette di muoversi nell’albero genealogico per via “matrilineare” come si dice, ma non identifica un soggetto.

Nella traccia non c’era il mitocondriale di Bossetti ma ce n’era un terzo che non si sa di chi sia

Bene, torniamo alla nostra traccia 31G20. Se è vero che il DNA mitocondriale non è più di tanto utile ai fini dell’identificazione di un soggetto, è pur vero che se se ne trova una traccia che non si sa a chi appartiene forse non sapremo mai con certezza chi è quella persona, ma possiamo certamente dire che quella persona esiste da qualche parte, è ignota, ed è venuta in contatto con quella traccia almeno quanto ci è venuto in contatto Bossetti.

Ecco quindi che nella traccia che gli inquirenti stabiliscono essere quella che colloca l’assassino sulla scena del crimine compare anche il materiale genetico di qualcuno che è rimasto sconosciuto. 

Per logica conseguenza anche questo soggetto, viste le premesse, doveva essere presente al momento del delitto sulla scena del crimine, questo significa c’è c’è stato un complice? O forse è lui l’assassino ed è Bossetti a essere il complice? Non lo possiamo sapere, forse non lo sapremo mai, ma è un dubbio che ci possiamo trascinare dietro ignorandolo fino alla sentenza definitiva?

Possiamo condannare un uomo all’ergastolo anche solo con il dubbio che possa non aver ucciso ma solo aver assistito, sebbene con complicità, a un omicidio?

Dopo tre mesi di esposizione all’aria aperta non c’è una spiegazione scientificamente valida per accettare che sia scomparso il DNA mitocondriale e sia rimasto solo quello nucleare

C’è un altro problema. Il DNA mitocondriale di Bossetti non si trova, abbiamo detto, il problema vero è che questo non ha una spiegazione scientifica.

Come vi ho detto prima, ogni cellula contiene sia il DNA nucleare che quello mitocondriale. Aggiungiamo adesso un’informazione importante: il DNA mitocondriale è molto più resistente di quello nucleare, che dopo tre mesi di esposizione alle intemperie sarebbe dovuto risultare fortemente degradato.

E invece non lo è, è la stessa Dott.ssa Asili della Polizia Scientifica a dircelo: «sinceramente, quando lo abbiamo visto abbiamo esclamato, non pensavo ci fosse una qualità di risultato in questa maniera. Abbiamo addirittura commentato che sembrava un tampone salivare, perché era veramente di una natura e di una qualità veramente pregevole. Difficilmente noi nei campioni forensi, siamo soliti vedere tante tipologie di campioni, ma un campione del genere nel forense non è facile da ritrovare, a meno che non sia un tampone salivare, una traccia molto ricca in concentrazione di DNA, perché normalmente qualità e quantità di DNA non è solamente un fatto di quantità, ma anche proprio di qualità del dato, perché uno può avere anche una concentrazione grande di DNA, ma avere comunque un DNA che ha subito un processo di degradazione e quindi la qualità del dato potrebbe anche non essere».

È la Polizia stessa a stupirsi della qualità e quantità delle tracce rilevate.

E il RIS va anche oltre, stupendosi addirittura del fatto che si sia trovato del DNA da analizzare, infatti nella sua relazione scrive che è «quantomeno discutibile» che vista la degradazione proteica della traccia, che impedisce di capire con certezza di quale fluido corporeo si tratti, non sia seguita anche una degradazione del DNA.

Insomma se si è degradato e distrutto il DNA mitocondriale di Bossetti, a maggior ragione avrebbe dovuto essersi degradato il DNA nucleare.

E se si sono degradate le proteine che permettono di identificare chiaramente la natura della traccia, a maggior ragione doveva essersi degradato il DNA.

C’è un’ampia trattazione di questi temi nella letteratura scientifica, gli scienziati riferiscono che se si riesce a rintracciare il codice genetico nucleare a maggior ragione si deve poter identificare quello mitocondriale.

Questa è la regola, che può anche avere eccezioni naturalmente, ma le eccezioni in scienza devono essere ben motivate e comprese, altrimenti si rischia di non distinguerle dagli errori di processo e analisi.

Quindi, perché è accaduto? È possibile che quel materiale biologico sia arrivato per via indiretta e/o in momenti precedenti o successivi all’assassinio? Ci sono altre spiegazioni plausibili?

A oggi, sono domande senza risposta.

I problemi formali

Ci sono poi dei problemi di forma, che però meritano di essere citati perché hanno dei risvolti molto concreti. Ne cito due, perché sono quelli che ritengo più importanti.

Il primo è che per effettuare le analisi il RIS di Parma ha usato i kit di reagenti scaduti. Scaduti, come una scatoletta di tonno che supera la data di scadenza. In aula poi sosterrà che le date di scadenza vengono anticipate dalle aziende che vendono questi kit e che quindi non è un problema se vengono superate perché ci sono altri metodi per accertare l’utilizzabilità dei kit.

Non è chiaro se questo possa avere inciso sui risultati, ma è una cosa che dovete sapere perché dovete rendervi conto che lo Stato senza rischiare niente vi può sbattere all’ergastolo facendo dei test sulle potenziali prove che vi faranno morire in galera usando kit scaduti, mentre con l’altra mano vi massacra se vi azzardate a vendere nel vostro bar una bottiglietta d’acqua scaduta da un giorno. Questo direi che è emblematico della realtà.

E vizio di forma numero due, forse ancora più importante, è che nonostante le analisi su quella traccia fossero potenzialmente irripetibili (e poi in effetti così sono state) la Procura non notificò nulla alle parti coinvolte, né all’indagato e né alla famiglia della vittima, come avrebbe dovuto fare.

Ovviamente non poteva notificare alcunché a Bossetti, che all’epoca era ignoto, ma l’allora imputato Fikri.

Se la Procura avesse notificato la prova non ripetibile alla difesa di Fikri i consulenti di parte avrebbero partecipato con un contraddittorio alla formazione di quella che poi è diventata la prova regina del processo. Probabilmente avrebbero rilevato già in sede di analisi le stranezze che sono state rilevate solo successivamente, come per esempio tutte le scoperte inaspettate sul DNA che hanno stupito la stessa Polizia Scientifica e il RIS di Parma di cui vi ho appena parlato.

È possibile che oggi ci troveremmo in una situazione diversa?

Non lo sapremo mai, perché ormai è troppo tardi.

In realtà è solo il DNA a svolgere la funzione di chiodo cui viene appesa tutta la sentenza

Gli altri pilastri che reggono il verdetto, come abbiamo già visto fino adesso, non sono prove schiaccianti, anzi, al massimo sono evidenze che si limitano a non essere d’intralcio per il verdetto di colpevolezza. Anche perché gli indizi a discarico di Bossetti pesano molto meno, se non addirittura zero, mentre quelli che non contraddicendo la ricostruzione indirettamente, con un salto logico doppio carpiato all’indietro, la confermano, sono considerati pilastri a sostegno del verdetto.

In realtà si regge tutto sulla presenza del DNA. La sentenza è come un’enorme goccia d’acqua che rimane appesa per un sottilissimo filo di liquido. Contiene tante cose, ma se si spezza quel legame sottile che la sorregge, casca tutta verso il baratro. Non sta più in piedi. Perde tutto di senso e si schianta al suolo mandando schizzi in ogni direzione e dissolvendosi nel nulla.

La frode processuale e la guerra sui reperti

I giudici del processo di appello nel 2017 dichiarano quanto segue: «non vi sono più campioni di materiale genetico in misura idonea».

È la stessa cosa che hanno detto prima di loro i giudici del primo grado, e che ribadirà la cassazione.

La difesa di Bossetti ha sempre sostenuto che questo non era vero. Il materiale c’era eccome. C’è sempre stato.

Nel 2019 si scopre che avevano ragione loro: la quantità di materiale era più che sufficiente per ripetere la perizia. Gli avvocati della difesa parlano apertamente di frode processuale. Se c’era così tanto materiale genetico da poter rifare i test, perché non è stato mai concesso di rifarli?

Anche la Polizia Scientifica nella sua prima relazione parlava di grandi quantità di materiale, vi ho letto il virgolettato prima, come mai è stata sempre negata la possibilità di analizzarlo?

Comunque nel 2019 il Tribunale di Bergamo concede alla difesa di analizzare gli indumenti e il materiale biologico. Nel gennaio 2020 però lo stesso Tribunale, appena la difesa si fa avanti per le analisi, risponde che non se ne fa più nulla perché ora i reperti sono confiscati. Fine della storia.

Fino a poco fa, perché nel gennaio 2021 arriva una nuova svolta: la Cassazione stabilisce che il rifiuto a concedere la perizia deve essere ridiscusso, e rinvia la decisione nuovamente al Tribunale di Bergamo.

Non autorizza la concessione della perizia, ma rinvia la decisione nuovamente al Tribunale di Bergamo.

Steremo a vedere cosa decideranno i giudici di Bergamo.

In ogni caso nel frattempo i campioni genetici sequestrati sono stati trasferiti dal San Raffaele di Milano al deposito del Tribunale di Bergamo. Fisicamente ora sono quindi depositati a Bergamo, ma tutti si stanno chiedendo come sono stati conservati. Sono alle adeguate temperature o sono stati buttati in un cassetto qualsiasi? Il Tribunale ha attrezzatura e competenze sufficienti per conservare dei reperti così delicati?

Questo lo scopriremo solo quando, e solo se, il Tribunale autorizzerà la superperizia sui quei resti genetici, il che non è scontato. Sapremo se sono stati conservati adeguatamente, se sono andati persi, se sono stati distrutti, oppure se ci sono ancora e sono servibili.

Non possiamo fare previsioni, possiamo solo attendere e sperare che si possano chiarire le incongruenze che ad oggi sembrano ancora così presenti. Certo, se dall’analisi risultassero messe in dubbio le evidenze fino ad oggi trattate come granitiche si potrebbe arrivare addirittura alla revisione del processo. Se invece i reperti dovessero risultare dispersi o compromessi resterebbe valida l’unica verità processuale fino ad ora emersa.

Ma sarebbe un ennesimo colpo sull’opinione pubblica che getterebbe ancora più ombre sulla giustizia.

Con tutto questo cosa voglio dire, che è sicuramente innocente?

Perché vi ho raccontato tutto questo? Perché a sette anni di distanza dall’arresto di Bossetti e dopo più di dieci dall’omicidio di Yara, dopo tre gradi di giudizio tutti concordi nel giudicare Bossetti colpevole dell’assassinio di Yara Gambirasio, c’è una sentenza della Corte di Cassazione che consente alla difesa di rianalizzare le tracce genetiche che inchiodano quello che per tutti è il mostro di Mapello.

Da quel 26 novembre abbiamo visto e sentito di tutto: criminologi della domenica parlare sulla base di informazioni che non c’erano; settimanali scandalistici che sbattevano in copertina i protagonisti della vicenda senza apparente motivo; macellai che hanno iniziato ad occuparsi di DNA e giornalisti spietati che non si sono fermati di fronte a nulla.

Non sono poi mancate le teorie complottistiche, ipotesi di cospirazioni e di misteri architettati a danno di Bossetti e della sua famiglia, ricostruzioni fantasiose e certamente suggestive che però non hanno aiutato a fare chiarezza e a rendere credibili i sostenitori dell’innocenza di Bossetti.

Ma ci sono anche documentari e contenuti che sembrano usciti dalla propaganda del regime cinese, sono ricostruzioni che contengono anche falsità e distorsioni della realtà.

E io credo che alla luce di ciò, visto quanto questo caso è stato centrale nella vita mediatica del Paese, visto quanto ha suscitato interesse nel pubblico, sia arrivato il momento di metterete in fila almeno i punti più importanti della vicenda.

Penso che gli italiani meritino un po’ di ordine dove oggi ha prevalso il caos.

Con questo video non voglio certo dimostrare l’innocenza o confermare la colpevolezza di Massimo Bossetti. Non ho neanche la pretesa di essere stato completo ed esaustivo. Voglio solo, quello sì, sottolineare i punti deboli e le contraddizioni di una vicenda che ha portato alla condanna all’ergastolo di una persona.

Voglio che vi chiediate il significato della formula «al di là di ogni ragionevole dubbio». E voglio che vi ricordiate, quando vi diranno che i processi si fanno in tribunale e non al bar, che è vero che ci sono i magistrati e non i comici a fare i giudici nei tribunali italiani. Ma è anche vero che l’amministrazione della giustizia è un potere delegato dalle mani del popolo a quelle della magistratura, e chi delega un potere deve prendersi sempre l’onere di sorvegliarlo. Altrimenti non è una delega, è un potere regalato insieme alla garanzia di poterne abusare.

Quindi ricordatevi che il vostro compito, da cittadini, è sorvegliare. Anche la giustizia.

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Risposte

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  1. ho seguito con molta attenzione la tu analisi direi molto ben fatta argomentata ed estremamente logica, tuttavia ci sono innumerevoli bugie e contraddizioni verbalizzate da parte del Bossetti che trovano difficile collocazione………magari andrebbero contestualizzate anche in funzione delle accuse, un tuo parere in merito grazie

  2. Ho letto che sul giubbotto che indossava yara quella sera (non era suo quindi era un giubbotto verginello) é stato rinvenuto sui polsi parecchio (per no dire mezza tonnellata) del dna della sua istruttrice tal Silvia Brena. Ma il suo coinvolgimento nelle indagini é stato subito escluso dalla pm… secondo voi perché?

  3. The Beatles – легендарная британская рок-группа, сформированная в 1960 году в Ливерпуле. Их музыка стала символом эпохи и оказала огромное влияние на мировую культуру. Среди их лучших песен: “Hey Jude”, “Let It Be”, “Yesterday”, “Come Together”, “Here Comes the Sun”, “A Day in the Life”, “Something”, “Eleanor Rigby” и многие другие. Их творчество отличается мелодичностью, глубиной текстов и экспериментами в звуке, что сделало их одной из самых влиятельных групп в истории музыки. Музыка 2024 года слушать онлайн и скачать бесплатно mp3.